Dati statistici sull'Italia
Dati statistici sull’Italia

La popolazione dell’Italia è circa di 61.741.981, in un giorno avvengono circa 1100 nascite e più o meno 1120 decessi. Nel nostro paese entrano quasi 1000 nuovi immigrati al giorno.

Il debito pubblico nazionale ammonta a circa € 2.300.000.000.000 e più o meno si spendono al giorno € 110.000.000 di interessi. In pratica il debito pro capite è di circa € 35.195. Le famiglie con un capitale superiore ad 1 milione di euro sono circa più di un milione. I contratti di matrimonio che si stipulano in Italia sono circa 155.000 all’anno, mentre i divorzi si aggirano attorno alle 78.000 unità. Agli italiani piace essere belli per cui ogni anno spendono circa € 1.400.000.000 in chirurgia estetica, mentre per tentare la fortuna in giochi vari e lotterie i soldi spesi in un anno ammontano a circa € 32.000.000.000.

I lavoratori del bel paese sono circa 25.000.000, di questi i precari sono ben 3.500.000 e sono in costante aumento. I disoccupati invece sono più di 3.000.000. In un giorno gli italiani inviano circa 55.705.690 sms e acquistano circa 35.000 cellulari. Gli abbonamenti di telefonia mobile sono quasi 104.000.000, i profili di Facebook sono circa 30.000.000 e ogni giorno vengono caricati su YouTube ben 500.000 video. I furti nelle abitazioni sono quasi 200.000 all’anno, ma si trovano i colpevoli solo per circa 3.000 casi in un anno. In Italia le carceri sono belle piene e le persone detenute in attesa di processo sono circa 30.000, mentre ogni anno circa 10.000 prigionieri risultano innocenti al processo.

In Italia si fumano ancora circa 10.000.000 di sigarette al giorno e ogni anno sono circa 50.000 le morti causate dal fumo. Ogni giorno poi si spendono circa € 130.000.000 per l’acquisto di droga. Le morti per incidenti stradali sono circa 3.500 all’anno e per fare tutto questo casino gli italiani mangiano circa 3.300.000 Kg di pasta al giorno.

In Italia non si fanno più figli, è una crisi di sistema; mancano gli asili nido, c’è una grande disoccupazione femminile, gli stipendi in generale sono bassi e mettere al mondo bambini costa e parecchio, per cui il nostro paese si conferma in forte recessione demografica. La maternità garantita riguarda solo il 40% delle donne e tra i 25 e i 35 anni, periodo di massima fertilità, si vive principalmente di lavoro precario che però non concede nemmeno la flessibilità per accudire i bambini. Inoltre in Italia mancano soprattutto gli incentivi per le famiglie, non come in Francia, unico paese al mondo ad avere un tasso di natalità praticamente costante da 40 anni, dove il 90% di tutte le famiglie riceve un bonus di 923 euro già dal settimo mese di gravidanza.

Nel 2013 si è registrato il minimo storico delle nascite nel nostro paese, solo 514.000. Dal 2009 è il quinto anno di record negativi. Siamo così arrivati ad avere un paese che invecchia sempre di più, con milioni di pensionati sempre più poveri e una mancanza cronica di ricambio generazionale. Siamo dunque una nazione stanca, molto stanca, dove mancano sia la speranza, sia l’ottimismo. In pratica la nostra bella Italia è sempre più in disgregazione, aumentano i nuclei con una sola persona e quelli dove risiede almeno uno straniero e quelli in cui le coppie decidono di non sposarsi e di non fare figli.

Anche la fiducia giovanile è sempre più in calo, infatti solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 ha migliorato le proprie condizioni, mentre quasi uno su tre le ha viste peggiorare. L’ascensore sociale non funziona più e la realtà a cui assistiamo è quella di una profonda e radicata decadenza. Tutti sono insoddisfatti, genitori, studenti, insegnanti, tutti sono demotivati e sfiduciati. A testimonianza di questa profonda crisi c’è il fatto che già nel 2012 ben l’82,2 dei capifamiglia intervistati consigliava ai giovani di andare a studiare e a lavorare all’estero, per poter trovare quelle opportunità e quelle occasioni che di fatto non sono più disponibili in Italia.

Avviene così che mentre in Europa i due terzi dei giovani tra i 18 ed i 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, nel nostro paese tale percentuale scende al 47,8%. Gli unici dati positivi arrivano dalle esportazioni, infatti nell’aprile del 2014 le commesse sono cresciute del 3,8% ed hanno segnato un + 6,2% rispetto allo stesso mese del 2013. Allo stesso tempo però arrivano al capolinea o meglio falliscono 1200 aziende al mese, è questo il bilancio dei primi cinque mesi del 2014 che ha visto crescere in Italia le procedure fallimentari del 18,9% rispetto allo stesso periodo del 2013. In questo contesto il nostro apparato burocratico e legislativo rimane sempre più ambiguo, molto spesso incoerente e decisamente bizantino.

C’è quindi molto poco da ridere e da stare allegri. In un anno abbiamo perso 8 punti di felicità e ciò nonostante restiamo uno dei paesi meno tristi, ma è fuori dubbio che il malessere dell’Italia va sempre più aumentando. Da un punto di vista economico arrivare alla fine del mese è sempre più difficile e il 23% delle domande di finanziamento è richiesto proprio per far fronte alle spese di tutti i giorni. Ma c’è di più, quando scompariranno le varie generazioni di pensionati, magari poveri, ma pur sempre con un reddito minimo garantito, l’Italia e i suoi abitanti sprofonderanno in un baratro sempre più angusto e drammatico e lì avremo il risorgere di una vera e propria guerra civile e l’impennarsi della già ben alta criminalità. In Italia infatti, ogni due minuti una casa viene svaligiata, e questo accade molto agevolmente anche perché le forze dell’ordine non riescono a presidiare il territorio e così si moltiplicano furti e rapine di ogni tipo.

La sostenibilità finanziaria, l’adeguatezza dei redditi pensionistici e la lotta contro il rischio di povertà degli anziani dovrebbero rimanere dei temi importanti nell’agenda politica in Italia, altrimenti sul Paese peserà un costo di assistenza per le persone non autosufficienti che ridurrà notevolmente il reddito disponibile dei pensionati futuri, in particolar modo dei lavoratori precari e mal pagati, davanti ai quali si prospetta una vecchiaia in povertà. Il monito giunge dall’Ocse, che in un nuovo rapporto dal titolo “Pensions at a Glance 2013” scandisce difetti e debolezze del sistema pensionistico italiano. “Un’eredità del passato”, che il Belpaese si trascina dietro nonostante i miglioramenti al sistema apportati dalle ultime riforme. Non a caso, nel 2009 l’Italia “aveva il sistema pensionistico più costoso tra i Paesi Ocse”, con “una spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti pari a 15.4% del reddito nazionale, rispetto a una media del 7,8 %”. Oggi, invece, il quadro è lievemente migliorato, anche se i timori verso le future generazioni persistono. A incidere, in particolar modo il sistema contributivo puro introdotto nel 2012.

Nell’anno di grazia del signore 2014 in Italia la disoccupazione è al 12,2% ai massimi dal ’77, con un picco drammatico tra i 15-24enni (40,1%) e chiaramente se non si cambia il sistema questi poveri disgraziati un domani si troveranno senza posto di lavoro e senza nemmeno un misero assegno pensionistico.

La disoccupazione giovanile, nella fascia d’età 15-25, ha superato il 40%. In quell’età i giovani che non lavorano sono, naturalmente, assai di più, ma fra quelli che cercano di farlo più del 40% rimane fuori. A loro, come ai disoccupati di ogni età, dobbiamo dire che: a.) senza ripresa non ci sarà lavoro; b.) con una ripresa dello zero virgola i disoccupati aumenteranno. I giovani che un lavoro lo hanno trovato, intanto, che sia stabile o temporaneo, devono subire una pressione fiscale smodata e una pressione contributiva destinata a pagare il costo di pensioni che loro non avranno mai. Non c’è da stupirsi se non s’affollano al ciglio del bivio, per vedere come va a finire, giacché troppo presi dalla condizione in cui sono finiti.

La crisi economica inoltre peggiora la salute mentale degli italiani, vi sono infatti 2,6 milioni di depressi, mentre per il momento la salute fisica rimane più o meno stabile. Rispetto al 2005 aumentano i tumori maligni (+60%), le malattie alla tiroide, l’Alzheimer e le demenze senili mentre crolla l’omeopatia. Lo afferma l’indagine Istat «Tutela della salute e accesso alle cure» presentata a Roma. «La depressione è il problema mentale più diffuso e riguarda 2,6 milioni (il 4,4% della popolazione) di persone con prevalenze doppie tra le donne in tutte le età. L’indice che definisce la salute mentale, spiega il documento, è sceso di 1,6 punti nel 2013 rispetto al 2005, in particolare per i giovani fino a 34 anni (-2,7 punti), soprattutto maschi, e gli adulti tra 45-54 anni (-2,6). Ancora maggiore il calo per la popolazione straniera, dove arriva tra le donne a 5,4 punti. Per quanto riguarda la salute fisica percepita il dato è sostanzialmente stabile, con il 7,3% delle persone sopra i 14 anni che dichiara di stare male o molto male, in leggero calo rispetto al 7,4% del 2005. «Rimangono invariate – sottolinea il rapporto – le disuguaglianze sociali nella salute, nei comportamenti non salutari, nelle limitazioni all’accesso ai servizi sanitari. Permane lo svantaggio del Mezzogiorno rispetto a tutte. Le dimensioni considerate». Eventi dolorosi, consapevolezza di avere una grave malattia, la difficoltà di gravi problemi economici, la perdita del lavoro sono le cause di depressione più diffuse.

Come dicevamo in Italia il tasso di disoccupazione ha toccato il massimo da 35 anni a questa parte. E persino il tasso di disoccupazione dei laureati che è del 19 per cento è superiore a quello di chi è in possesso soltanto di un diploma (16,3 per cento). Tuttavia superati i 30 anni, il rapporto si capovolge, e la laurea riesce a garantire migliori esiti occupazionali (più 12 per cento) e migliori retribuzioni (più 50 per cento). Tra il 2008 e il 2012 la disoccupazione per i laureati tra i 25 e i 34 anni è aumentata del 46 per cento, mentre nella stessa fascia d’età i disoccupati diplomati sono aumentati dell’85 per cento. In Italia però la percentuale di laureati sul complesso della popolazione è pari al 20,3 per cento, una quota molto distante dagli obiettivi europei fissati per il 2020 al 40 per cento e dalla media Ue che è al 34,6 per cento. Gli studenti universitari sono 1.751.192, con un calo dell’1,7 per cento rispetto all’anno precedente.

Tra i 16 e i 65 anni, secondo un’indagine sulle capacità matematiche e di comprensione dei testi, siamo i più asini d’Europa, lo dice l’indagine Piacc (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’Ocse, l’organizzazione internazionale dei Paesi evoluti. Già Tullio De Mauro, era arrivato da tempo a simili conclusioni, peraltro poco considerate. In pratica nel bel paese della grande cultura e della magnifica arte il 70% degli italiani è sotto il livello 3, ovvero è illetterato e “innumerato” (non sa scrivere e capire testi di una certa articolazione, non sa fare operazioni matematiche anche semplici). La scuola sembra dunque aver fallito e così la spirale perversa continua nella sua malefica opera di rincretinimento generale, infatti proprio perché si è ignoranti, non si avvertono le conseguenze gravissime che l’ignoranza determina e si consente pertanto che la stupidità di massa dia il sostegno all’imbecillità burocratica e legislativa in modo tale da alimentare ulteriormente tutte le politiche che possano favorire un generale e dannoso decadimento sociale ed economico. Come dice il famoso intellettuale Vittorio Sgarbi, in Italia sono pregne d’ignoranza l’imprenditoria, la burocrazia, la stampa, la televisione, e perfino la cultura.

Rispetto al 2005, a parità di età, sono aumentati in Italia i tumori maligni (+60%), le malattie della tiroide (+52%), l’Alzheimer e le demenze senili (+50%), l’emicrania ricorrente (+39%), le allergie (+29%) e l’osteoporosi (+26%), mentre diminuiscono le prevalenze di bronchite cronica-enfisema (-24%) e dell’artrosi-artrite (-18%). Queste variazioni nel tempo – precisa l’Istat – riflettono l’impatto di molti fattori, tra cui i progressi della medicina e il miglioramento delle capacità diagnostiche, la migliore consapevolezza e informazione dell’intervistato sulle principali patologie rispetto al passato, i cambiamenti epidemiologici in atto in una popolazione che invecchia e progredisce in termini di istruzione. Per gli oncologi il fatto che in nove anni i tumori maligni siano cresciuti del 60% è una notizia positiva: vuol dire che si vive più a lungo con la malattia.

Nello stesso rapporto Istat si evidenzia che in Italia crolla il ricorso alle terapie non convenzionali, che nel 2000 erano usate dal 15,8% della popolazione mentre nel 2013 la cifra è dell’8,2%. Secondo il documento, realizzato su un campione di 120mila persone e coordinato dalla Regione Piemonte, in netto calo è anche l’uso dei rimedi omeopatici, che scende dal 7% al 4,1%. Dal punto di vista delle cure «convenzionali» invece il rapporto segnala un aumento delle persone che ricorrono a visite specialistiche, 11,9% nel 2005 e 14,8% nel 2013, che non riguarda però quelle odontoiatriche, crollate del 30%. «Il livello di soddisfazione per i servizi sanitari pubblici – si legge – è elevato in chi ne ha fruito, con un voto pari a circa 8 su una scala da 1 a 10».

Il rapporto Istat parla anche di farmaci. Il 7% dei bambini fino a 14 anni consuma un farmaco al giorno. Quasi un terzo della popolazione italiana, il 31,1%, consuma regolarmente farmaci durante l’anno, con percentuali leggermente più elevate (32,5%) per le donne. «Il consumo quotidiano dei farmaci aumenta fortemente con l’età – osserva il rapporto – dal 6,9% in età infantile fino a 14 anni al massimo di 30,4% tra gli ultra ottantenni».

Diminuiscono i forti fumatori, ma aumenta la percentuale di adolescenti e giovani donne che iniziano a fumare prima dei 14 anni, passando da 7,6% a 10,5%. È obeso l’11,2% degli adulti, quota in aumento sia rispetto al 2000 (erano il 9,5%), che al 2005 (10%). Nel 2013 solo il 20,6% della popolazione dai 5 anni in su pratica un’attività fisica ritenuta protettiva per la salute secondo la definizione dell’Oms: il 25,9% tra gli uomini ed il 15,6% tra le donne.

Nel 2012 la povertà relativa coinvolge il 12,7% delle famiglie e la povertà assoluta il 6,8%. Nel 2011 la povertà relativa coinvolgeva l’11,1% delle famiglie, quella assoluta il 5,2%, chiaro segnale che le cose peggiorano sempre di più e con una certa costanza.
In Italia i ricchi sono non soltanto molto più ricchi dei poveri ma anche, in generale, figli di ricchi. Le disuguaglianze si ereditano, come le opportunità, che troppo spesso sono distribuite per nascita piuttosto che per merito. Cresce e si divarica sempre più la forbice delle disuguaglianze sociali. Il 10% delle famiglie italiane detiene poco meno della metà (47%) della ricchezza totale. Il resto (53%) è suddiviso tra il 90% delle famiglie. Lo segnala la Fisac Cgil, sulla base di uno studio sui salari nel 2012. Una differenza che diventa macroscopica mettendo a confronto il compenso medio di un lavoratore dipendente e quello di un top manager: nel 2012 il rapporto è stato di 1 a 64 nel settore del credito, di 1 a 163 nel resto del campo economico. Nel 1970, sempre secondo lo studio del sindacato del credito della Cgil, tale rapporto era di 1 a 20.

Nel 2012 il salario netto mensile percepito da un lavoratore standard è stato pari a 1.333 euro che cala del 12% se si tratta di una dipendente donna, e del 27% se è giovane (973 euro). Per i giovani poi la retribuzione in 10 anni non si è mai accresciuta: mille euro mensili circa in busta paga, immutata dal 2003.
Come si può pretendere di uscire dalla crisi se non si fa altro che peggiorare queste condizioni lavorative? Come si fa a non capire che per ripartire con economia e consumi è necessario tutelare e migliorare la situazione salariale e dell’occupazione di livello più basso? E poi non sorprendiamoci se crolla il fatturato dell’industria italiana.

In tempi di crisi, le cifre da capogiro destinate al mantenimento del Quirinale suscitano sgomento. E’ di quest’anno l’annuncio che verranno applicati ulteriori tagli agli stipendi dei dipendenti: -15% al segretario generale, -12% ai consiglieri e -5% al personale. Ma forse non basta. Il confronto con la spesa di altri palazzi presidenziali rende assai difficile accettare la realtà italiana: il Colle costa il doppio della Casa Bianca, quattro volte Buckingham Palace e otto volte la Bundeskanzleramtsgebäude di Berlino.

Forti allarmi giungono anche dal fronte della criminalità. Procurarsi un’arma nella Capitale per esempio è piuttosto facile, e nemmeno troppo costoso. Arrivano dai Balcani e vengono “depositate” in magazzini a ore. Poi vanno al dettaglio: 1700 euro per una semiautomatica “pulita”, molto meno se ha già sparato. Ma si trovano anche mitragliette e bombe a mano. Non c’è quartiere in cui gli specialisti non riescano a trovare un’arma e, in ogni caso, chiunque con un po’ di impegno può trovarle con facilità, ci sono persino dei quartieri in cui le affittano, gli arsenali scelti dalla mala per nasconderle. Una carabina, una 9 per 21 e una bomba a mano? 5000 euro e sono vostre. Se volete invece una semiautomatica pulita, che non ha mai sparato neanche un colpo, per 1.700 euro ve la portano anche sotto casa.

L’Italia è dunque sempre più vecchia e povera. È un Paese in cui le disuguaglianze sociali ed economiche crescono e giovani e donne sono molto penalizzati. Questo – in sintesi – ci dice il Rapporto annuale dell’Istat 2012 (relativo al 2011).

DEMOGRAFIA

Sono 59 milioni 464mila i residenti in Italia al 9 ottobre 2011, 2 milioni 687mila in più rispetto al censimento del 1991. Numeri che valgono il quarto posto nell’Unione europea per dimensione demografica dopo Germania (quasi 82 milioni), Francia (65 milioni) e Regno Unito (più di 62 milioni). L’aumento demografico è dovuto quasi interamente agli stranieri residenti, che oggi sono circa 4 milioni.
Il dato non positivo, però, è che considerando il tasso di crescita naturale, l’Italia mostra una situazione simile a quella della Germania, con un saldo negativo tra decessi e nascite, in particolare al Nord e al Centro. Solo al Sud e nelle Isole il saldo è ancora positivo, ma è comunque in forte contrazione. L’aumento della sopravvivenza e la bassa fecondità rendono l’Italia uno dei Paesi più vecchi, con 144 persone di 65 anni e oltre ogni 100 con meno di 15, proporzione che era di 97 a 100 nel 1992. In Europa solo la Germania registra un valore più alto.

GLI STRANIERI

Gli stranieri sono 3 milioni 770mila, pari al 6,3% dei residenti, percentuale non molto distante da quella di alcuni grandi Paesi di più consolidata tradizione immigratoria. Il 50% degli stranieri proviene da cinque paesi: Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina. Aumenta l’integrazione: quasi la metà dei cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti ha un permesso a tempo indeterminato.
I matrimoni con almeno uno sposo non italiano sono più di 25mila nel 2010 (l’11,5% di tutte le celebrazioni), più che raddoppiati dal 1992. Parallelamente le acquisizioni di cittadinanza per naturalizzazione e matrimonio (circa 40mila nel 2010) sono decuplicate rispetto al 1992. I nati in Italia da almeno un genitore straniero sfiorano i 105mila nel 2010, quasi un quinto del totale delle nascite, dieci volte di più rispetto al 1992.

I GIOVANI

Poco incoraggiante la situazione dei giovani, senza lavoro e costretti a rimanere in famiglia anche fino a 34 anni, perché economicamente non indipendenti. Il 2011 è stato anche l’anno nero della disoccupazione giovanile, che ha raggiunto il 20,2%, ma con fortissime differenze tra Nord, Centro e Sud.
Sempre nel 2011 i 15-29enni che non studiano e non lavorano sono 2,1 milioni, e il 31,9% di questi vive nelle Regioni meridionali (un valore quasi doppio di quello delle Regioni del Centro-Nord), con punte massime in Sicilia (35,7%) e in Campania (35,2%).

LE DONNE

Le donne sono ancora svantaggiate in tutto rispetto agli uomini, nel lavoro e in famiglia. Il rapporto Istat dice che solo in una coppia su venti il lavoro familiare e il contributo ai redditi sono equamente distribuiti. In una coppia su tre la donna non lavora e si occupa da sola della famiglia, spesso senza avere accesso al conto corrente e senza pesare nelle decisioni importanti. In una coppia su quattro, inoltre, la donna guadagna meno del partner, ma lavora molto di più per la famiglia. Sconfortante il confronto con i Paesi del Nord Europa.

NUOVE FAMIGLIE

I matrimoni sono in continua diminuzione: poco più di 217mila nel 2010, mentre nel 1992 erano 100mila in più. Il rito civile è scelto ormai da quasi il 50% delle coppie che decidono di sposarsi.
In compenso aumentano le nuove forme familiari: single non vedovi, mono genitori non vedovi, libere unioni e famiglie ricostituite coniugate. Sono oltre sette milioni di famiglie (il 20% del 2010-2011), circa il doppio rispetto al 1993-1994, per un totale di 11 milioni e 807mila individui. Le libere unioni sono quadruplicate in meno di vent’anni, nel 2010-2011 sono 972mila. Le convivenze more uxorio tra partner celibi e nubili, in tutto 578mila, hanno fatto registrare gli incrementi più sostenuti: 8,6 volte in più di quelle del 1993-94.

POVERTÀ E DISUGUAGLIANZE

Il Sud del Paese è ancora molto più povero del Nord. Nel Mezzogiorno le famiglie indigenti sono 23 su 100, mentre nel Nord sono solo 4,9 (dati 2010). Ciò significa che il 67% delle famiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono nelle Regioni meridionali.
Nel 2011, inoltre, la propensione al risparmio delle famiglie italiane è diminuita dello 0,9%, portandosi all’8,8%, il valore più basso dal 1990. Questo perché negli ultimi due decenni la spesa per i consumi è cresciuta molto più del reddito disponibile. Solo dal 2008 questo è aumentato del 2,1% in valori correnti, contro un potere d’acquisto diminuito di circa il 5 per cento.

ECONOMIA

Il rapporto Istat dice che l’economia italiana è “in brusca frenata”. Il Belpaese è in recessione e ormai il fanalino di coda in Europa, con una crescita del PIL 2011 di solo lo 0,4% (-1,5% quest’anno), che non ci consente di recuperare il livello precedente alla crisi del 2008-2009. Il peso dell’economia sommersa sul PIL, sebbene sia in calo grazie alla normativa sul lavoro e alla regolarizzazione degli stranieri, resta comunque sopra i 250 miliardi di euro.

LAVORO

Il tasso di disoccupazione raggiungerà il 9,5% nel 2012 e il 9,6% nel 2013. Il peso degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati è in progressivo aumento e soprattutto tra i giovani: ha iniziato con un lavoro atipico, infatti, il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. A dieci anni dal primo lavoro atipico, inoltre, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro. Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro.

CRIMINALITÀ

La lotta alla criminalità sembra essere l’unico ambito in cui la situazione del Paese è migliorata rispetto al passato. Negli ultimi venti anni, infatti, sono diminuiti omicidi (dal 2,6 allo 0,9 per 100mila abitanti), scippi (dal 100,2 per 100mila abitanti a 23,5) e furti in abitazione (da 341,2 a 279,7), mentre le truffe sono più che raddoppiate, passando da 62 reati per 100mila abitanti del 1992 a 159 del 2010. Fra le nuove forme di truffa spiccano la clonazione di carte di credito e bancomat, le truffe telefoniche e il phishing.

RIFIUTI

In Italia si producono 533 kg di rifiuti urbani pro capite all’anno, 23 in più rispetto alla media Ue. Valori superiori alla media nazionale si registrano nelle regioni del Centro (circa 600 kg pro capite), mentre nel Mezzogiorno la quantità è più contenuta (485 kg pro capite).
La raccolta differenziata copre in media circa un terzo dei rifiuti urbani. Nel 2010 il servizio è presente in tutti i Capoluoghi, con percentuali di raccolta superiori al 40% al Nord, del 28% al Centro, del 21,3 al Sud e del 15% nelle Isole. Tuttavia, i Comuni che hanno ottenuto miglioramenti più consistenti sono quasi tutti nel Mezzogiorno. Lazio e Campania, comunque, sono le Regioni in cui vivono più cittadini che lamentano il problema della sporcizia nelle strade.

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