Crisi economica e lavoro in Italia

Crisi economica e lavoro in Italia
Crisi economica e lavoro in Italia

Nessuna classe politica per quanto incapace e corrotta avrebbe potuto ridurre così questo paese se non avesse avuto la complicità di milioni di italiani.

I nuovi dati dell’Istat sull’aumento della disoccupazione (dal 12,6 al 13,2%) smentiscono clamorosamente la propaganda del governo (e dell’informazione subalterna) sul miracolo del Jobs act. Niente lavoro soprattutto per i giovani, un esercito che sale dal 41,2% al 42,6% mentre in Europa la media è del 21,1%.
Ancora in calo gli occupati: dopo la diminuzione di febbraio, a marzo 2015 la flessione è dello 0,3%, con 59 mila unità in meno rispetto a febbraio, tornando sul livello dello scorso aprile. Rispetto a marzo 2014, l’occupazione è in calo dello 0,3% con 70 mila unità in meno. Il tasso di occupazione scende al 55,5 %.
Mentre si accresce il risparmio gestito: l’eccessiva burocratizzazione, l’oppressione fiscale e le difficoltà di accedere al credito, hanno reso non conveniente investire in attività lavorative.

Tratto dall’Italia in breve Ebook di Carl William Brown

Avviene così che mentre in Europa i due terzi dei giovani tra i 18 ed i 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, nel nostro paese tale percentuale scende al 47,8%. Gli unici dati positivi arrivano dalle esportazioni, infatti nell’aprile del 2014 le commesse sono cresciute del 3,8% ed hanno segnato un + 6,2% rispetto allo stesso mese del 2013. Allo stesso tempo però arrivano al capolinea o meglio falliscono 1200 aziende al mese, è questo il bilancio dei primi cinque mesi del 2014 che ha visto crescere in Italia le procedure fallimentari del 18,9% rispetto allo stesso periodo del 2013. In questo contesto il nostro apparato burocratico e legislativo rimane sempre più ambiguo, molto spesso incoerente e decisamente bizantino.
C’è quindi molto poco da ridere e da stare allegri. In un anno abbiamo perso 8 punti di felicità e ciò nonostante restiamo uno dei paesi meno tristi, ma è fuori dubbio che il malessere dell’Italia va sempre più aumentando. Da un punto di vista economico arrivare alla fine del mese è sempre più difficile e il 23% delle domande di finanziamento è richiesto proprio per far fronte alle spese di tutti i giorni. Ma c’è di più, quando scompariranno le varie generazioni di pensionati, magari poveri, ma pur sempre con un reddito minimo garantito, l’Italia e i suoi abitanti sprofonderanno in un baratro sempre più angusto e drammatico e lì avremo il risorgere di una vera e propria guerra civile e l’impennarsi della già ben alta criminalità. In Italia infatti, ogni due minuti una casa viene svaligiata, e questo accade molto agevolmente anche perché le forze dell’ordine non riescono a presidiare il territorio e così si moltiplicano furti e rapine di ogni tipo.

La sostenibilità finanziaria, l’adeguatezza dei redditi pensionistici e la lotta contro il rischio di povertà degli anziani dovrebbero rimanere dei temi importanti nell’agenda politica in Italia, altrimenti sul Paese peserà un costo di assistenza per le persone non autosufficienti che ridurrà notevolmente il reddito disponibile dei pensionati futuri, in particolar modo dei lavoratori precari e mal pagati, davanti ai quali si prospetta una vecchiaia in povertà. Il monito giunge dall’Ocse, che in un nuovo rapporto dal titolo “Pensions at a Glance 2013” scandisce difetti e debolezze del sistema pensionistico italiano. “Un’eredità del passato”, che il Belpaese si trascina dietro nonostante i miglioramenti al sistema apportati dalle ultime riforme. Non a caso, nel 2009 l’Italia “aveva il sistema pensionistico più costoso tra i Paesi Ocse”, con “una spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti pari a 15.4% del reddito nazionale, rispetto a una media del 7,8 %”. Oggi, invece, il quadro è lievemente migliorato, anche se i timori verso le future generazioni persistono. A incidere, in particolar modo il sistema contributivo puro introdotto nel 2012.

Nell’anno di grazia del signore 2014 in Italia la disoccupazione è al 12,2% ai massimi dal ’77, con un picco drammatico tra i 15-24enni (40,1%) e chiaramente se non si cambia il sistema questi poveri disgraziati un domani si troveranno senza posto di lavoro e senza nemmeno un misero assegno pensionistico.
La disoccupazione giovanile, nella fascia d’età 15-25, ha superato il 40%. In quell’età i giovani che non lavorano sono, naturalmente, assai di più, ma fra quelli che cercano di farlo più del 40% rimane fuori. A loro, come ai disoccupati di ogni età, dobbiamo dire che: a.) senza ripresa non ci sarà lavoro; b.) con una ripresa dello zero virgola i disoccupati aumenteranno. I giovani che un lavoro lo hanno trovato, intanto, che sia stabile o temporaneo, devono subire una pressione fiscale smodata e una pressione contributiva destinata a pagare il costo di pensioni che loro non avranno mai. Non c’è da stupirsi se non s’affollano al ciglio del bivio, per vedere come va a finire, giacché troppo presi dalla condizione in cui sono finiti.

La crisi economica inoltre peggiora la salute mentale degli italiani, vi sono infatti 2,6 milioni di depressi, mentre per il momento la salute fisica rimane più o meno stabile. Rispetto al 2005 aumentano i tumori maligni (+60%), le malattie alla tiroide, l’Alzheimer e le demenze senili mentre crolla l’omeopatia. Lo afferma l’indagine Istat «Tutela della salute e accesso alle cure» presentata a Roma. «La depressione è il problema mentale più diffuso e riguarda 2,6 milioni (il 4,4% della popolazione) di persone con prevalenze doppie tra le donne in tutte le età. L’indice che definisce la salute mentale, spiega il documento, è sceso di 1,6 punti nel 2013 rispetto al 2005, in particolare per i giovani fino a 34 anni (-2,7 punti), soprattutto maschi, e gli adulti tra 45-54 anni (-2,6). Ancora maggiore il calo per la popolazione straniera, dove arriva tra le donne a 5,4 punti. Per quanto riguarda la salute fisica percepita il dato è sostanzialmente stabile, con il 7,3% delle persone sopra i 14 anni che dichiara di stare male o molto male, in leggero calo rispetto al 7,4% del 2005. «Rimangono invariate – sottolinea il rapporto – le disuguaglianze sociali nella salute, nei comportamenti non salutari, nelle limitazioni all’accesso ai servizi sanitari. Permane lo svantaggio del Mezzogiorno rispetto a tutte. Le dimensioni considerate». Eventi dolorosi, consapevolezza di avere una grave malattia, la difficoltà di gravi problemi economici, la perdita del lavoro sono le cause di depressione più diffuse.

Come dicevamo in Italia il tasso di disoccupazione ha toccato il massimo da 35 anni a questa parte. E persino il tasso di disoccupazione dei laureati che è del 19 per cento è superiore a quello di chi è in possesso soltanto di un diploma (16,3 per cento). Tuttavia superati i 30 anni, il rapporto si capovolge, e la laurea riesce a garantire migliori esiti occupazionali (più 12 per cento) e migliori retribuzioni (più 50 per cento). Tra il 2008 e il 2012 la disoccupazione per i laureati tra i 25 e i 34 anni è aumentata del 46 per cento, mentre nella stessa fascia d’età i disoccupati diplomati sono aumentati dell’85 per cento. In Italia però la percentuale di laureati sul complesso della popolazione è pari al 20,3 per cento, una quota molto distante dagli obiettivi europei fissati per il 2020 al 40 per cento e dalla media Ue che è al 34,6 per cento. Gli studenti universitari sono 1.751.192, con un calo dell’1,7 per cento rispetto all’anno precedente.

Tra i 16 e i 65 anni, secondo un’indagine sulle capacità matematiche e di comprensione dei testi, siamo i più asini d’Europa, lo dice l’indagine Piacc (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’Ocse, l’organizzazione internazionale dei Paesi evoluti. Già Tullio De Mauro, era arrivato da tempo a simili conclusioni, peraltro poco considerate. In pratica nel bel paese della grande cultura e della magnifica arte il 70% degli italiani è sotto il livello 3, ovvero è illetterato e “innumerato” (non sa scrivere e capire testi di una certa articolazione, non sa fare operazioni matematiche anche semplici). La scuola sembra dunque aver fallito e così la spirale perversa continua nella sua malefica opera di rincretinimento generale, infatti proprio perché si è ignoranti, non si avvertono le conseguenze gravissime che l’ignoranza determina e si consente pertanto che la stupidità di massa dia il sostegno all’imbecillità burocratica e legislativa in modo tale da alimentare ulteriormente tutte le politiche che possano favorire un generale e dannoso decadimento sociale ed economico. Come dice il famoso intellettuale Vittorio Sgarbi, in Italia sono pregne d’ignoranza l’imprenditoria, la burocrazia, la stampa, la televisione, e perfino la cultura.

Altri articoli e aforismi sull’Italia tratti dal libro L’Italia in breve di Carl William Brown sono presenti nel sito Fortattack Blogs Project

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