Alcuni suggerimenti per l’Attacco al Forte.

“… Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. … Infatti lo stesso è pensare ed essere.”
Parmenide

Eraclito, infatti, afferma che tutto scorre (panta rei), che tutto è in perenne movimento, e la staticità è morte. In questa concezione, infatti, il divenire è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa. Tipico è l’esempio del fiume: Eraclito afferma che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, perché dopo la prima volta, sia il fiume (nel suo perenne scorrere) sia l’uomo (nel suo perenne divenire) non sono più gli stessi. “A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.” e ancora “Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.”
Anzi un suo discepolo, Cratilo obiettò al suo maestro che in effetti non ci si può bagnare nello stesso fiume neppure una sola volta poiché l’acqua che bagna il piede non è più la stessa che bagna la caviglia. L’armonia delle cose, per Eraclito, sta proprio nel suo perenne mutamento e nel continuo contrasto tra gli opposti. Questo concetto è definito polemos (“guerra”, “opposizione”), il quale permette l’esistenza di tutte le cose. “Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi.”
Eraclito

Nel testo che segue voglio sia darvi alcune idee ed alcuni spunti per l’opera che ci stiamo accingendo ad intraprendere, sia alcuni indizi sulla persona con cui avete a che fare.

Volendo fare un salto indietro nel tempo fino a Parmenide che nacque nella Magna Grecia, intorno al 515-510 ad Elea, da una famiglia aristocratica dobbiamo ammettere che della sua vita non abbiamo che poche notizie. Diciamo che aveva la reputazione di essere un personaggio abbastanza generoso. Secondo alcuni fu discepolo del pitagorico Aminia, per altri fu probabilmente discepolo di Senofane di Colofone. Ad Elea fondò inoltre una scuola, insieme al suo discepolo prediletto Zenone. Platone nel Parmenide riferisce di un viaggio che negli anni della vecchiaia Parmenide intraprese alla volta di Atene, dove conobbe Socrate da giovane col quale ebbe una vivace discussione. Nel suo Poema sulla Natura Parmenide sostiene che la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico sono illusori, e afferma, contrariamente al senso comune, la realtà dell’Essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile ed eterno.

In questa grande opera la narrazione si snoda intorno al percorso intellettuale del ricercatore  che racconta il suo viaggio immaginario verso la dimora della dea Dike (dea della Giustizia) la quale lo condurrà al “cuore inconcusso della ben rotonda verità”. Secondo alcuni, la splendida donna rappresenterà d’ora in poi il significato della filosofia. La dea mostra al filosofo la via dell’opinione, che conduce all’apparenza e all’inganno, e la via della verità che conduce alla sapienza e all’Essere. Pur non specificando cosa sia questo essere, Parmenide è il filosofo che per primo ne mette a tema esplicitamente il concetto; su di esso egli esprime soltanto una lapidaria formula, la più antica testimonianza in materia, secondo la quale “l’essere è, e non può non essere”, “il non-essere non è, e non può essere”.

Quindi, sintetizzando un po’ la sua concezione del mondo, possiamo così enucleare il suo pensiero: a) la via del puro essere che è e che non può non essere; b) la via del puro non essere, che non è e che non è necessario che non sia; c) la via del puro divenire in cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici e non identici, proposizione che coiciderebbe per un verso con la via dell’opinione e per l’altro con il caso estremo e imperscrutabile del puro nulla, chiaramente dovrete decidere voi in totale autonomia “which is which”. Ora per rischiarare un po’ i concetti posso aggiungere che l’ente Parmenideo, oggetto della ricerca secondo la via della verità, è ingenerato e indistruttibile, intero, di un solo genere, immobile e la sua durata esclude passato e futuro e si comprime in un puro presente, la cui forma compiuta è simile alla massa di una sfera ben rotonda.

Tutto chiaro, no? Ma al di là, di ogni ragionevole dubbio, dobbiamo ammettere che l’influenza di Parmenide sul pensiero Greco fu immensa, l’enigmatico “esti” (è) della via della verità e l'”eon” (ciò che è) deduttivo che si incontra in essa esercitarono un’attrazione profonda su tutta la filosofia del secolo V a.C ., dall’ontologia alla filosofia della natura, alla dialettica, all’etica e chi più ne ha più ne metta. Ma non è finita lì. La storia della filosfia dei vari secoli è piena di personaggi, più o meno discutibili che si sono interessati alla problematica, scrivendo una valanga di trattati, e contaminando le università con le loro penose elucubrazioni, fino ad arrivare ai nostri giorni, dove c’è ancora gente di questa risma che si guadagna umilmente da vivere doviziosamente componendo una marea di testi su svariati argomenti, magnifiche opere che hanno tutte in comune, come nucleo fondante del loro pensiero, proprio le mirabolanti intuizioni del grande filosofo greco, loro predecessore e gran maestro. Tutto questo grande scibile deve logicamente essere conservato, sviluppato ed approfondito  e per questo c’è un gran bisogno di eredi, così si obbligano una schiera di nuovi discepoli in erba ad iscriversi alle varie università, dove frequentando le facoltà di questi grandi sapienti, sostenendo i vari esami, e comperando una marea di libri, si conquisterà pian piano la possibilità, in un futuro non troppo vicino, di continuare a tramandare e a divulgare il sacro verbo ai loro eventuali lettori o, nella peggior delle ipotesi, allievi.

Ritornando a Parmenide, certamente non tutti erano del suo stesso avviso, tra i tanti possiamo citare Democrito e la sua celebre teoria atomista, Eraclito l’oscuro, su cui ritorneremo a più riprese per ovvie necessità, Gorgia il fautore dell’incomunicabilità, Protagora con il suo relativismo e via via fino a Hegel, che concepirà l'”essere” in maniera radicalmente opposta a Parmenide. Per il filosofo tedesco è proprio l’opposizione, la negazione, l’antitesi, la caratteristica essenziale dello sviluppo dialettico della realtà: l’opposizione è la molla della vita, l’elemento dell’infinito progresso. Tuttavia, grandi ed illustri autori hanno continuato a nutrirsi delle sensazionali scoperte del nostro grande maestro e ancora oggi sostengono che l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere. L’Occidente con la sua logica e la sua tecnica cercano di contrastare quel divenire che essi stessi hanno evocato, e così si costruiscono le varie  entità fisse, trascendenti e permanenti quali ad esempio il Dio delle religioni o i valori dell’etica o dell’economia, ma ahimè, senza grandi risultati apprezzabili.

E veniamo dunque alla conclusione che ci interessa maggiormente per i nostri nobili fini. Verso la fine del secondo millenio dopo Cristo il nostro giovane picaro, che sarei poi io, il narratore in questione, lo ricordo per chi si fosse un po’ perso, scrisse una lettera ad un celebre filosofo contemporaneo, uno dei più noti e stimati nel panorama culturale italiano, in cui gli chiedeva un incontro per illustrargli alcuni progetti e una sintesi della sua vasta opera, composta in primo luogo da aforismi, svariate migliaia per intenderci. Non che fossi interessato a discutere sulle grandi questioni del mondo, ma quello che più umilmente e banalmente mi prefiggevo era magari di ottenere un incontro con qualche editore e l’eventuale semplice pubblicazione di un libretto, tutto qui. Chiaramente sapevo che la scrittura aforistica è tipica della produzione filosofica di grandi autori e pertanto mi immaginavo una risposta positiva, ma invece ottenni l’opposto. Il grande pensatore era troppo impegnato e al di sopra degli immutabili si stava come al solito occupando dell’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. Quindi ricevetti una garbata lettera in cui mi si spiegava appunto la mancanza di tempo, ma anche di competenza per valutare il mio genere di produzione letteraria, e nella quale, soprattutto, si ribadiva la difficile situazione contingente in cui versava il mondo dell’editoria, delle università e del sapere più in generale.

Benissimo, avevo ottenuto il mio primo signum, l’opposto di quello che volevo, ma era poprio il contrario di quello che desideravo o era più semplicemente la logica conseguenza dell’imbecillità originaria del nostro grande luminare, erede ovviamente del maestoso Parmenide. Certamente tutto questo era un imput all’azione, in fin dei conti senza opposti e senza contrari non c’è progressione, tema caro anche al nostro simpatico William Blake, poeta inglese, visionario del 1700, che confermava appunto “without contraries there is no progression”. Tutto aveva pertanto un senso logico e premonitore, infatti, l’armonia delle cose, per Eraclito, sta proprio nel suo perenne mutamento e nel continuo contrasto tra gli opposti. Questo concetto è definito polemos (“guerra”, “opposizione”), il quale permette l’esistenza di tutte le cose. “Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi.”; traducendo, alcuni autori hanno fatto in modo che  il padre diventasse la madre, e così dunque il celebre aforisma ora conferma che  “la guerra è la madre di tutte le cose, di tutte regina”, ed il conflitto è ovviamente implicito nel mutamento e nell’essenza stessa del nostro divenire; tutto scorre, Pánta rhêi, non possiamo infatti bagnarci due volte nell’acqua dello stesso torrente. Quindi, poiché tutti i mali non vengono per nuocere, in quanto talvolta gli stessi mali non sono tali, ma possono essere concretamente e definitivamente considerati dei beni, mi affrettai a scrivere la mia riposta, una replica che non ho mai inviato, ma che ho pubblicato in vari contesti e che può benissimo essere considerata sia una dedica introduttiva, sia una strategia umoristica ed intellettuale per il fatidico e alquanto fantomatico Attacco al Forte; la massima di profonda saggezza, nonché l’aforisma di estrema reverenza suonava più o meno così: “Se Dante nel 1200 ha persino messo dei papi all’inferno, Carl William Brown, nel duemila, può agevolmente mettere dei filosofi nel cesso.” e continuava in un secondo momento aggiungendo: ” Certo, l’impresa è meno prestigiosa, ma è anche più semplice e da comunque una certa soddisfazione.” Dunque, con questa ed altre mirabolanti idee, si andava delinenando anche il germe del progetto dell’Attacco al Forte, assistito naturalmente dalla supervisione creativa ed ispiratrice dell’onnipresente “Daimon”, in questo caso di Platonica memoria.

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